ASIAPENSIERI DI VIAGGIO

Racconti da Varanasi:sensazioni vissute nell’antica Benares

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Pulizia, ordine, silenzio: il Paradiso!
Caos, sporcizia, rumori assordanti, odori talmente intensi da procurare conati di vomito: l’Inferno!
I miei racconti da Varanasi sono fatti di sensazioni, perché in questa città sacra dell’induismo, si possono vivere e respirare emozioni diametralmente opposte.
Forse perché questo è il posto dove vita e morte si intrecciano alla perfezione e dove tutto quello che nella mia realtà occidentale mi sembra impossibile, qui è semplice normalità.

racconti da Varanasi

Il risveglio a Benares

E’ mattina presto, l’alba non è ancora sorta, voglio approfittare di queste poche ore di tranquillità per uscire dalla mia guest-house, perdermi tra i gali, i vicoli stretti e angusti, passeggiare lungo i ghat e godermi la magia di questo luogo.
Con al collo la mia Nikon decido di non seguire nessuna mappa o cartina, il mio senso dell’orientamento mi porta sempre ovunque e mi è sufficiente aver il nome e l’indirizzo del mio alloggio, se proprio non dovessi più trovare la strada per rientrare.
alba in barca a Varanasi

Non fa caldo, siamo a gennaio, ma la temperatura è molto più mite rispetto a quella di Agra e Jaipur, però conviene coprirsi se non voglio che l’umidità penetri nelle ossa mentre mi godrò lo spettacolo del sole che nasce.
I miei racconti da Varanasi iniziano qui: voglio prendere una di quelle barche che accompagnano turisti e pellegrini alla puja del mattino e vedere questa città da un’altra prospettiva.
In pochi minuti, dopo aver incontrato qualche vacca ancora sonnecchiante, e un paio di ratti probabilmente risvegliati dai miei passi, raggiungo uno dei ghat principali.
La lunga scalinata che scende all’acqua, sulla riva occidentale del Gange, mi appare completamente diversa da ieri sera, quando, per riuscire a vedere qualcosa, dovevo farmi largo tra la folla.
Sta albeggiando, il cielo incomincia ad essere un po’ più chiaro e c’è anche una leggera nebbiolina che rende il tutto ancora più magico; non sono sola, impossibile esserlo in India!
C’è chi si lava, chi fa yoga, chi prega e chi fa il bucato, ma tutto con un ordine e compostezza che difficilmente ho visto fino ad oggi.
uomini che si lavano nel Gange

Una bambina mi viene incontro con un cestino e mi vende una foglia che racchiude dei petali con al centro una candelina: è l’offerta da donare al fiume sacro durante le preghiere.
Salgo sulla barca, ho i brividi, non per il freddo ma perché la spiritualità che c’è nell’aria è talmente forte e non ne sono abituata; vorrei avere rispetto per queste persone che indifferenti di fronte ai primi turisti continuano a svolgere le loro cose senza distrarsi, ho paura di disturbarli, di “rubargli” la loro intimità.
Ad un tratto mi rendo conto di essere di fronte al ghat Marnikanika, uno di quelli dove 24 ore su 24 bruciano i corpi le cui ceneri vengono immediatamente gettate nel Gange; è tutto così surreale e tra le salme in attesa di essere cremate camminano cani e mucche come se fosse la cosa più normale.
donne indiane sul Gange

Provo a pregare, a modo mio, lasciando scorrere sull’acqua la mia offerta e quando mi giro vedo il sole che sta nascendo: la vita da una parte e la morte dall’altra!
Al rientro l’antica Benares si è svegliata, i miei racconti da Varanasi terminano qui tra i suoni dei mantra recitati dai fedeli che vibrano ed echeggiano mischiandosi al crepitio delle pire; tra i sari stesi ad asciugare che colorano le scalinate, tra l’odore di carne bruciata che si mescola a quello delle spezie.
E mentre fuori regna il caos dentro di me avverto un benefico senso di pace.

partoforsetorno
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